Combat - Pour la liberté

Proviamo a praticare uno sport meticcio, dove il sacrificio , la dedizione e la qualità offerta vanno di pari passo con valori quali il rispetto delle idee e dei pensieri di tutt^ coloro che vivono e attraversano la polisportiva.

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Intervista a Martina Caironi, portabandiera della squadra italiana alle paralimpiadi di Rio de Janeiro.

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Qualche giorno fa abbiamo avuto il piacere di conoscere Martina Caironi, portabandiera della squadra italiana alle paralimpiadi di Rio de Janeiro. Un incontro speciale in un posto speciale.

Di seguito pubblichiamo l’intervista all’atleta bergamasca frutto della lunga e interessante  chiacchierata.

 

 

 Qualche anno fa sei stata vittima di un incidente che ti ha causato l’amputazione della gamba sinistra. Quando e perché hai deciso di diventare un’atleta? 

Nel 2007 mi han portato via metà della mia gamba sinistra; avevo 18 anni e la vita davanti. Il processo di accettazione non è stato immediato e tantomeno facile, ma una volta realizzato che non mi sarebbe ricresciuta la mia gambetta come ricresce la coda alle lucertole..be’ ho capito che c’era da rimboccarsi le maniche e ricominciare da lì. Mi era sempre piaciuto fare sport, dal nuoto, al calcio, al pattinaggio e infine alla pallavolo. Quindi senza gamba cominciai a sentirmi poco abile, sentii il desiderio di tornare a correre, di essere di nuovo veloce. Così l’atletica mi ha scelta. Mi han dato la prima protesi nel 2010 e mi han messa subito a gareggiare. Per me era un gioco all’inizio, poi ho cominciato a sentire il fuoco dell’agonismo farsi strada dentro di me.

 

 

Nata nel bergamasco ma vivi a Bologna da poco più di un anno. Come ti trovi in città? Perché hai scelto di vivere qui?

 A marzo dell’anno scorso ho preso finalmente la decisione di venire a vivere a Bologna, città che frequentavo da anni per via del centro protesi di Budrio. Mi ha sempre attratta, con la sua vivacità culturale, con la sua “presabbene” e dunque ho unito l’utile al dilettevole trasferendomi qui. Mi trovo “benessum” ovviamente 

 

 

 Ci siamo conosciuti a Làbas, una ex caserma militare ora occupata da un collettivo politico e attraversata da centina di persone ogni settimana da ormai tre anni. Che rapporto hai con quel posto? Credi che sia un valore aggiunto alla città e al quartiere Santo Stefano?

Al Làbas ci vado spesso il mercoledì quando c’è “campi aperti” e ho amici che frequentano quel posto. Ricordo la prima volta che mi ci portarono e pensai che fosse bellissimo, che organizzare uno spazio così grande per farci attività per tutti non fosse da poco. Credo sì che sia un valore aggiunto e la popolarità che ha assunto lo dimostra. La gente ci va volentieri, si diverte e scambia idee.

 

 

Tornando allo sport. Ai giochi paralimpici di Londra 2012 hai vinto la medaglia d’oro nei 100 metri piani. Cosa hai pensato una volta salita sul primo gradino del podio? 

Fu la mia prima grande vittoria e una volta sul podio non potevo far a meno di sorridere con tutta me stessa. In quei momenti di grande emozione i pensieri vanno a raffica e ti sembra di stare in un sogno. Ma poi ti dai un pizzicotto e capisci che lo stai proprio vivendo quel sogno.

 

 

Ti stai preparando per le prossime paralimpiadi di Rio de Janeiro. Posso solo immaginare la fatica che si prova ma immagino anche che la soddisfazione di essere stata nominata “portabandiera” e gareggiare per la nazionale superi ogni fatica. Hai mai avuto un momento in cui avresti voluto lasciare lo sport e dedicarti ad altro?

La preparazione è dura, ma soprattutto è stato duro il periodo di stop forzato da febbraio ad aprile per via di un infiammazione al nervo del moncone. Ho perso tempo prezioso, ma ora sto cercando di recuperare. La nomina di portabandiera è stata un notizia davvero inaspettata, ma per me è un grande segno di riconoscimento per il lavoro fatto in questi 4 anni. Lavoro non solo in pista o in palestra, ma soprattutto in giro per l’Italia e il mondo, nelle gare, nelle scuole, ai convegni, alle premiazioni, alle cerimonie, alle cene di gala, agli eventi, con la gente, sui social..ecc

Ci sono momenti della mia vita in cui vorrei avere una vita più “normale,” e finire l’università, fare tessuti aerei, fare le vacanze al mare d’estate e tornare a casa nei weekend a salutare la famiglia, ma poi capisco invece che non posso fare a meno di questo casino in cui mi sono cacciata 

 

 

Per te lo sport può essere veicolo di integrazione e inclusione sociale e strumento educativo per tutte le persone che lo praticano, dai minori agli adulti? 

 Lo sport è fondamentale per capire sé stessi e sé stessi in relazione col mondo. Ci si confronta coi propri limiti, si impara a rispettare il prossimo e a gestire vittorie e sconfitte. Sia con disabili che con normodotati, lo sport svolge a mio parere un ruolo cruciale per l’integrazione ed è per questo che mi faccio in quattro per cercare di coinvolgere quanta più gente possibile.

 

 

Conosci alcune realtà e o competizioni amatoriali che credi possano essere esempi positivi di inclusione sociale e buone pratiche sportive anche per i professionisti?  

Conosco la UISP e so che opera in queste direzioni. So dell’esistenza dei mondiali antirazzisti in cui si fa sport per una settimana  e si mangia pane e integrazione. Credo che possano essere un esempio di fairplay, possano dare un senso più ampio al valore intrinseco allo sport: in gara leoni ma fuori gara compagnoni.

 

 

Non è facile per una persona disabile avere accesso a usi e costumi e alla quotidianità della vita dei normodotati. Pensi che in Italia si possa fare di più a riguardo? Culturalmente siamo pronti per “accogliere” e rendere la vita più semplice a sportivi e non sportivi con qualsiasi tipo di disabilità?

 Ovviamente dipende dalla disabilità. Penso che il punto di partenza sia la conoscenza. Dall’informazione nasce curiosità e viceversa.  Culturalmente ci stiamo arrivando, piano piano, sulle orme di paesi più avanti di noi al riguardo, come per esempio la Gran Bretagna ( questo video come esempio https://www.facebook.com/Channel4/?fref=nf ). Lo noto nella mia quotidianità, vedo che siamo sulla strada giusta, ma ci vorrà ancora del tempo e tanto sudore.